Jig… non mi inganni più!

Di Domenico Craveli

La pesca a vertical è diventata una tecnica per temerari, i report di catture da parte degli appassionati sono sempre più rari, e molti hanno già perso la “fede”. Forse i pesci si sono talmente abituati a queste esche da non aggredirle più se non in particolari momenti di foga frenetica? Esistono invece delle stagioni giuste ed altre sbagliate per la tecnica? Cosa c’è di diverso rispetto a qualche anno fà? Prima di gettare la spugna, e le attrezzature…, vediamo di analizzare meglio questo “preoccupante” scenario.

Il vertical jigging, lo sappiamo, è una tecnica fatta di eccessi, dove non esistono mezze misure, e dove la rapidità di cattura che ha caratterizzato il primo periodo di diffusione della disciplina, e quell’apparente facilità di strike in alcune particolari situazioni, hanno messo addirittura in discussione la tecnicità stessa di questo rivoluzionario sistema di pesca.
Poi, improvvisamente, la diminuzione drastica delle allamate ha messo in discussione tutto il “sapere” finora accumulato, sfatando quelle poche e confuse convinzioni che credevamo di aver acquisito. Ore ed ore a jerkare sulle poste di sempre, faticate immani sotto il caldo… al vento e nel freddo, senza che nulla sia arrivato a gratificare il nostro impegno.

Che i pesci si siano abituati al jig, ignorandoli sistematicamente dopo averne fatto conoscenza, sembra una sorta di presagio troppo apocalittico: sicuramente, con il passare del tempo, la memoria genetica farà il suo corso, complicando un po’ le cose, ma nell’immediato l’abitudine non possiamo considerarla come profonda e incisa nella testa del pinnuto. Il fenomeno VJ ha portato in mare tantissimi appassionati, che spesso si concentrano nelle aree conosciute, pescando ad oltranza per ore intere. A questo punto, proviamo ad immaginare sott’acqua cosa si presenta agli occhi di un predatore: sagome colorate che, in mezzo a tanta minutaglia e in modo ripetuto, scendono, battono sul fondo e ripartono… come in un bombardamento. Il predone difficilmente attaccherà in una situazione “monotona” perché, appunto, si “abitua” agli intrusi, ignorandoli.

E allora, cosa fare?
E’ fondamentale pescare a “spot”, ossia limitarsi a qualche calata al massimo in ogni punto, senza insistere. Magari su quello scoglio, su quella caduta, nei pressi di quella secca, si tornerà in seguito, dopo averla lasciata per qualche ora a riposo. La pescata deve puntare sul fattore sorpresa, sondando aree possibilmente diverse… e noi che pensavamo che a vertical jigging avremmo risparmiato sul carburante!

E’ opportuno, ogni tanto, ignorare i nostri marker GPS, pescando seguendo l’istinto, su salti batimetrici, e zone di fondo particolari e vergini, anche se sullo scandaglio non notiamo pesce. E’ fondamentale ricostruire un approccio meno da “cecchini”, perché pensare di ritrovare un pesce, nel medesimo metro quadrato dove abbiamo catturato, è molto ottimistico, specialmente se non c’è una particolare formazione rocciosa o un relitto. Qualche calata al “buio”, seguendo il nostro “naso”, potrebbe cambiare le sorti della battuta di pesca, ridandoci fiducia.


Sia chiaro, però, che non si tratta di cercare le famose “palle di pesce”, ma di capire se c’è movimento o meno in relazione alle condizioni meteo-ambientali del momento.
Forse è un po’ laborioso, ma ne vale la pena. Un buon ecoscandaglio aiuta, ma spesso una prova spartana come quella descritta è più incisiva di quanto si creda.