Kabura… l’altra pesca!

Di Domenico Craveli

In Italia ha stentato a guadagnarsi spazio perché, nato all’ombra del vertical, con il terzo incomodo rappresentato dalla tecnica dell’inchiku e poi del tenya, il kabura jigging sembrava non avere l’appeal giusto, sia per pesci che per pescatori … invece, chi ci ha creduto con pazienza e perseveranza, ha potuto scoprire uno scenario di pesca impensabile, un mondo di emozioni tutto ancora da decifrare e, soprattutto, da plasmare a misura delle nostre prede, anche di taglia

Il kabura tende a completare ulteriormente il panorama alieutico mediterraneo del “japan style”, facendoci “vedere” con occhi ancor più diversi i nostri pesci, di cui erroneamente, e forse con un po’ troppa presunzione, pensavamo di conoscere tutto. Dal placido pagello che si scaglia con foga su un kabura che sbatte sul fondo ad un dentice che affonda i suoi canini su questi piccoli artificiali con rabbiosa grinta, passando per una cernia che spalanca le sue fauci per ingoiare questo piccolo alieno, ce ne sono di storie da raccontare; storie che devono far riflettere il pescatore evoluto, perché nella genericità di un’azione di pesca si può scindere una metodologia mirata per tentare in modo dichiarato le nostre bramate prede: basta crederci, anche a costo di sconfinare nella “mania”. Ma, in fondo, il kabura jigging è questo: un’arte piscatoria che vede nel risultato finale il frutto di un percorso tecnico non casuale, che va oltre la preda stessa, qualunque essa sia e qualunque sia il suo peso.

E’ possibile, con un’esca a così ampio spettro di gradimento, selezionare le catture? E’ possibile mirare la nostra azione in relazione allo spot di confronto? Su quali variabili può agire il pescatore per agevolare l’attacco di un tipo di preda anziché di un altro?
Domande lecite ma, partendo dal presupposto che la pesca non è aritmetica, qualche indicazione in merito si può comunque trarre. Se la nostra azione di pesca si svolge su fondali omogenei, come le distese fangose con qualche zona “sporca”, è buona norma far lavorare il kabura a strettissimo contatto con il fondo, facendolo strusciare su di esso durante lo scarroccio, alternando qualche breve recupero per sollevarlo, per poi culminare l’animazione facendolo ricadere verso il substrato con un tonfo sordo. Questo è fondamentale per attirare l’attenzione dei pesci presenti in zona, specie se grufolatori. Pagelli, gallinelle, naselli e, in alcune fortunate zone, anche occhioni, non resistono al richiamo di una “nuvoletta” di fango smosso dalla quale fa capolino la nostra esca. Questo tipo di azione è fattibile anche con scarroccio elevato e parecchi metri di trecciato fuori. Una canna specifica, dall’azione di vetta appositamente concepita, aiuta a percepire le tocche di questi sparidi sul kabura, agevolandoci non poco nella valutazione dei tempi per ferrare tempestivamente.

Per chi ha voglia di osare, anche rischiando numerosi incagli (al gusto non c’è prezzo!), presentare un kabura nelle adiacenze di scogliere sommerse può portare a risultati sorprendenti. Queste esche, infatti, vengono aggredite con foga da dentici, prai, cernie di tutte le specie, orate, tanute e persino pelagici come ricciole. In questi casi la capacità del pescatore di gestire sia l’animazione del kabura sia il recupero di una preda di svariati chili fa davvero la differenza. Per sedurre pesci dall’indole spiccatamente predatoria è necessario muovere il kabura in modo abbastanza “allegro”, jerkandolo in maniera decisa ma composta nei pressi del fondo, alternando momenti di pausa in “suspending”, che significa mantenere l’artificiale in corrente sollevato a qualche metro dal fondo stesso. Lo strike di un pesce di mole arriva sulla canna senza una regola precisa, ma quello che ne segue è entusiasmante. Mettere in conto qualche bel pesce perso è regola, evento da prendere con filosofia, come è anche regola quella di non forzare mai il recupero perché spesso la nostra canna sarà l’elemento più debole del sistema, ed una pompata troppo spinta, dettata più dalla frenesia che dalla vera necessità, può portare al crash. Con valori di frizione intorno ai 2 kg, un bel dentice i suoi metri di multi se li prende comunque: contrastarlo con queste attrezzature è improponibile, meglio assecondare le sfuriate, sperando che il leader regga il contatto con le rocce.